imparare a dipingere

C’era un volta un pezzo di mattone, di carbone, una pietra aguzza, una matita.
Con quelle cose imbrattavo, rigavo tutto il mondo intorno.
Poi mi hanno ficcato a scuola, il che non mi piacque affatto.
Io avrei voluto vivere 15.000 anni fa e fare il mago/pittore delle caverne, dove un cavernicolo va lì, gli da ‘na gallina scopo pagamento e lui ti disegna sulle pareti, colle terre colorate e col grasso, bisonti, asini, bufali, cervi e donne e bambini e cacciatori.
Niente parole: solo segni.
Poi, nonostante la scuola, giravo intorno gli occhi a guardare tutto, magari anche erbe, alberi, facce di gente, facciate di case, pitture sulle case, interni di chiese antiche, vecchi arredi e magari bei quadri. Ero curioso di tutto.
Mi facevano esultare le opere degli antichi, i romani e i greci, i loro templi, i vasi, le statue, le colonne, anche gli assiri, i babilonesi, gli egizi.
Avevo 13 anni quando decisi che volevo fare l’archeologo, da grande.
Però mi hanno detto di no. Già.
Insomma mi piacevano follemente le arti figurative.
Allora, dopo aver riempito migliaia di fogli di scarabocchi, a 20 anni stabilii che volevo fare il pittore sul serio. Ma non feci scuole artistiche, né ebbi maestri fissi se non un pittore eccellente e sperimentatore, ma poco noto, che mi fece ben tre ritratti. Imparai anche parecchio da alcuni compagni di corso alla Facoltà di Architettura, ove non mi laureai.
Guardavo, imparavo, sperimentavo, copiavo.
L’unica che m’insegnò qualcosa di tecnica fu una restauratrice matta come un’anguria da cui lavorai per due anni. In poche parole: imparai a conoscere a fondo le materie pittoriche, ed a sentirle, a trafficare con esse, a dipingere ad olio, ad usare tempere, acquerelli, carboni, pastelli, a immedesimarmi nel linguaggio del segno lasciato dai pennelli, a manipolare la creta, a buttare sulla tela, sulla carta segni di miei umori, mie fisime e miei amori.
Avevo dei miti/modelli: la pittura antica; tuttavia mi guardavo intorno, mi istruivo e andava facendosi sempre più spazio in me la passione per le visioni cubista e futurista del mondo.

Per cui su questa tavola ho composto un po ‘di lavori miei: il primo a sinistra in alto è un quadretto che feci a 14 anni: il fienile di casa mia, che non c’è più, e le costruzioni di fronte. Le altre cose dicono alcune cose delle mie ricerche degli anni ’60.
Nature morte, gli amici jazzisti, i tram di Torino, il cubismo, la città tentacolare, un paese ligure che molto amo.

Però mentre disegnavo e m’impiastravo di colore, cominciai a scrivere, a tentare l’arte narrativa, e di questo parlerò oltre.

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