anni’60, alla ricerca di uno stile

Avevo da fare, da studiare, da leggere, da lavorare, da vedere gli amici, la ragazza, da cantare, andare in montagna, fare politica, partecipare al Sessantotto, anche alle fasi di prima, introduttive, ’63, ’64, ’67, magari a scrivere un po’, solo un pochino dico, etc.

Ce n’era da fare. Però ci riuscivo.

Si vede che dormivo poco, dipingevo e scrivevo di notte.

Cercavo qualcosa, quello che si dice uno stile personale.

Ero innamorato, anche abbagliato da tante correnti artistiche contemporanee, non sapevo davvero cosa mi piacesse di più nell’Arte antica & moderna.

Vagavo da Mantegna e Bellini fino al Cubismo alla Metafisica ed al Surrealismo.

Stavo cercando una strada, e sperimentavo espressioni, segni e tecniche, soprattutto l’olio, che non è mica facile, no.

Per cui vagavo in territori espressivi indistinti, senza confini precisi, studiando ciò che si confaceva più alla mia indole. Stavo scoprendo a tratti, in barlumi appena percepiti, che la pittura, come ricerca, non era solo un fine, poteva essere anche un mezzo per trovare, trovarsi, individuare nel profondo la propria vera natura.

Un artista lavora col proprio linguaggio, mentre lavora trova, scopre qualche segno che sente più personale, affine, che avverte davvero come, o quasi, unico, e lo adotta; poi, a volte, lo manipola ancora, lo plasma e il risultato è uno stile, il proprio stile.

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