dagli anni ’60 in poi, a disegnare, graffiare col pennino

Anni duri gli anni settanta.
Anni di lutti interiori e esterni, anche politici, di vite che si spengono.
Anche di gioie, nascite, luci nuove di vita che danno speranza.
Avevo tanto, tanto da fare.
“Lavorare stanca” come diceva il mio amato Pavese.
E avevo anche una famiglia mia e per questo maggiore responsabilità.

Feci pochi dipinti grandi a olio: oscuri e tetri.
Ma disegnavo molto la notte, a china, col pennino e il calamaio di inchiostro di china.
Sotto la luce di uno spot da 100 watt e con gli occhi che mi bruciavano per la fissità e per il fumo delle cicche.
Non doveva essere tanto bello starmi vicino.
A volte ero torvo.
Ero lì che cercavo sulla carta con ‘sto aguzzissimo pennino, quasi fosse un bisturi, di fare un’operazione chirurgica interna che mi liberasse dal tumore rosicante di antiche ossessioni, sensi di colpa, morte di un dio in cui avevo tanto creduto e sperato da ragazzo.
Disegnavo monaci che compulsavano tomi in volontaria reclusione, in mezzo a celle colme di carabattole.
Eremiti sull’orlo di abissi alla ricerca di una strada maestra.
Cavalieri con la morte e il diavolo.
Forse una bella cartella di disegni, sì, però greve, dolorosa.

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