Fuochi e fumi sullo Shatt al Arab

Nel 1980 attizzai in me una sorta di rivoluzione interiore con la quale uscii dai miei modi espressivi ad olio su tavola che parlavano una lingua pesante, soffocante e deprimente.
Ero alla ricerca di respiro, di aria, di leggerezza.
Lentamente stavo girando il mio sguardo alla cultura cinese e giapponese, allo stile della pittura su carta. Ero affascinato dal grande spazio dato al bianco del fondo, innamorato dei segni netti ma fluidi, interessato alla rapidità dell’esecuzione ed ai supporti leggeri e maneggevoli.
Presi dei normali fogli di carta extra strong e cominciai ad abbozzare una serie di paesaggi oceanici in due o tre colori, con pennelli e inchiostri colorati, cercando segni fluenti, netti, volevo dare il senso dello spazio, del vuoto. Feci una serie di lavori dedicati ad un’immaginaria isola Hitashi.
Come ho detto nel capitolo precedente, pochi mesi dopo, fui molto colpito dallo scoppio della guerra infame, terribile tra Iran e Iraq, e mi turbava di più come dilettante estimatore delle culture orientali: una guerra tra due grandi e potenti paesi islamici.
Mi pareva impossibile.
Mi faceva male vedere che due popoli che portavano come emblema la mitica mezzaluna si massacrassero senza tregua.
Lavorai per distillazione del segno, per renderlo sempre più essenziale, con inchiostri Ecoline, devoto com’ero (e sono) alla pittura cinese, feci più di cento lavori, tutti su carte sottili, di vario tipo, e volli farne una mostra la mostra che si intitolò: Fuochi e fumi sullo Shatt al Arab.
Volevo passare per gradi dal particolare disegnato, dal descrittivo all’essenziale, e ci riuscii: gli ultimi disegni erano segni simbolici, astratti, erano tracce di mezzelune, e basta.

f.e.fum.tav.2

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