I racconti delle cassette e la scatolaccia degli incubi della signorina Egle

Qualche mese fa, osservando quante scatole o scatoloni o cassette avessi nel mio studio piene di aggeggi vari, colori, carte, libri, opuscoli, ricordi e una massa di articoli, minutaglie per lo più inutili, sono stato ripreso dall’antica mia passione per la numerazione o elencazione letteraria di oggetti di ogni genere come artificio di supporto in una trama. Per di più sono stato provocato dalla lettura del bellissimo romanzo argentino SUDESTE di Haroldo Conti, tradotto dai miei amici Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, e in particolare dal contenuto molto singolare di una lercia borsa appartenente a un certo Cabecita.

Ho per ora scritto sette racconti dedicati agli oggetti, più o meno “strani”, contenuti in scatole, ceste, borse, cassette etc. Questo è soltanto un artificio, prezioso per me, che uso per definire, architettare uno scenario minimo che supporta la storia di uno o più personaggi, perché ogni oggetto a cui siamo legati, e che conserviamo, dice qualcosa di noi.

Qui pongo uno dei miei recenti racconti “ La scatolaccia degli incubi della signorina Egle”. Allego, come ovvio, l’illustrazione mia del racconto.

Ci tengo a precisare che in genere prima disegno il contenitore e gli ammennicoli relativi e poi scrivo la storia.

La scatolaccia degli incubi della signorina Egle

La signorina Egle ogni tanto sogna una scatola brutta, molto scassata e irregolare.

Non è proprio una scatola perché le scatole in genere hanno i lati paralleli. Non è proprio un contenitore simmetrico perché le pareti o lati verticali non sono nemmeno tanto dritti, verticali appunto, sembrano inclinati laschi sbrindellati. Sono diversi lati o fianchi, a volte di più a volte di meno, ma mai paralleli.

La scatola pare di cartone, o forse di un materiale plastico semirigido tipo quella roba di cui sono fatti gli scatoloni in cui sua sorella Eralda ficca i piumoni al cambio di stagione. Le scatole di Eralda le sono molto antipatiche, anche perché riportano in superficie grandi fioracci rosa. A volte ha dovuto aiutarla a cacciarvi dentro trapunte ed altre simili robe invernali e si è scocciata alquanto. Sembra che sua sorella non sia capace a farlo da sola, dice che lei è più robusta a comprimere i piumoni e a chiudere con forza le cerniere delle buste trasparenti… che sono così dure.. oh, così dure.

La scatolaccia sognata dalla signorina Egle non è dura.

Anzi è di una mollezza inquietante, crea una certa insicurezza, anche ribrezzo.

Le flaccide pareti o lati o confini del medesimo contenitore o quel che è sono apparentemente unte e lise come da un secolo di maneggi; recano tracce di disegni informi che variano a secondo degli umori e delle stagioni in cui vengono foggiate dal subconscio della signorina Egle. Talora recano tracce di grosse infiorescenze ombrose, ocracee e terrose, altre singolari trenini verdastri, o impronte di mele renette bacate, pallide pere coscia di donna tuttavia enormi, lucertole di varia grandezza in sfumature cinerine, gru e cicogne animate e petulanti che avanzano recando in bocca pesci gatto, in altre occasioni di sonno più sereno appaiono rondini azzurrine sfumate, più qualche merlo e una taccola curiosa che becchetta producendo ticchettii fastidiosi.

Il sogno ha un altro connotato normalmente ansiogeno perché le pareti suddette paiono davvero poco consistenti, ovvero solide, cioè oltre ad essere costituite da molle sostanza indefinibile, tendono a deformarsi a slabbrarsi a piegarsi lentissimamente con un movimento quasi osceno che ha del ributtante.

La signorina Egle è tuttavia curiosa perché il movimento graduale delle pareti nasconde il contenuto della scatolaccia o sbreccato contenitore ed ella è ansiosa, ogni volta, di vedere cosa si celi dentro il medesimo.

Non è mai la stessa prospettiva, i lati non sono nello stesso numero e dispiegano l’interno dello scatolo attraverso un succedersi di immagini mai consueto.

È successo pure che le pareti stessero erette e dopo qualche tempo tendessero lentamente a chiudersi come corolla di mostruoso fiore sull’ignoto contenuto lasciando la sognatrice in uno stato di insoddisfazione davvero pietosa.

Nella normalità i rivestimenti del sogno si vanno aprendo o dischiudendo con moto piuttosto armonioso, benché ansiogeno, per mostrare le sorprese concesse alla signorina Egle.

Più che sovente appare almeno una parte del fondo composto di cartone quadrettato su cui si erge dominante una figura insolita, ma invero domestica per la signorina Egle, ovvero la stramba testa di Cavallo pazzo cioè un suo vecchio amico o fantoccio. Anzi questo figuro nominato come Cavallo pazzo fu detto anche Ciccio bruttis, Cavallino cococò questo scemo a chi lo do, Cavallaccio mio, Cretinone della Egle, quel pupazzo straccio merdoso della Egle (definizione tipica della sorella Eralda).

Di fatto il cavallo suddetto non era stato altro che una parte di un grosso cavallo di pezza che lo zio Eraldo aveva portato per le nipotine dalla Cecoslovacchia ove quel mascalzone, mezzo artista, di Eraldo viveva sovente, presso Praga, in combutta con burattinai, pupari, registi, disegnatori, cartonisti e sempre con certi brutti ceffi ubriaconi di varie risme, regioni e religioni.

Il Cavallaccio mio poi finì quasi in pezzi quando Egle compì anni otto, mentre Eralda ne aveva già dieci, in seguito ad una lite eccessiva tra le sorelle; al cavallone di pezza strattonato delle due bambine si aprì la pancia e ne uscirono cenci di vario colore. I pianti e gli urli di Egle furono altissimi al vedere quelle budella tessute, sbrindellate spargersi sul tappeto del soggiorno in un disordine ributtante.

Eralda, con i pugni sui fianchi e la gambe allargate, ridacchiava.

La signora Ernesta mise in severo castigo ambedue le figlie, poi raccolse il Cavallaccio pazzo e lo salvò dal collo in su, cioè rappezzò e chiuse la grossa lacerazione all’altezza del garrese, i restanti miseri resti equini invece finirono in una pattumiera piuttosto lontana dall’abitazione.

Cavallino cococò dormì da allora per anni nel letto della signorina Egle che, avendo imparato benissimo a cucire dalla madre, riparò con pezze varie le lacerazioni che andavano rigenerandosi sulla misera epidermide, già costituita da tessuti non molto solidi all’origine. L’usurata bestia di pezza fu arricchita in un’ultima fase, cioè quando Egle compì undici anni, da una buffa lingua rossa di panno.

Poi, due anni dopo circa, Cavallino cococò fu messo a riposare in una scatola di cartone decorata da schematici fiordalisi, situata sopra l’armadio della camera da letto dei genitori. Quindi l’anno seguente fu bellamente regalato, nonostante alte proteste di Egle, alla Tina, la figlia tanto carina della Sandrina, la cara sorella della portinaia, che non ha nemmeno un giocattolo, quella poverina.

A dire il vero il Cavallino cococò del sogno spesso è più brutto di quello antico. A volte fa versacci, dimenando quella lingua lubrica che già Egle si è pentita di avergli allora cucita tra quei denti sempre giallastri, per di più dice parolacce, fa degli strabismi con i suoi occhioni, e sventola le orecchie, anzi le mulina in modo folle.

Egle si irrita allora perché la sua creatura è troppo indipendente.

Egle piange sognando, davvero. E si lagna ancora di più, anzi si strazia quando vede che fa capolino da una specie di tana pannosa, alla base del collo di Cavallo pazzo, procedendo sul fondo, sul cartone, una sorta di aracnoide schifoso che frinisce, frinisce e lacera il sonno.

Non è sempre così, per la fortuna del riposo della signorina Egle.

Sovente Cavallino cococò fa il bravo e gesticola soltanto con la testa.

Pare annuire: questo è buon segno.

Un tipo buffo situato in genere in fondo a sinistra, è talora consolante. È una specie di testaccia a uovo, pare di consistenza animale, con due orecchie tonde sproporzionate, però è un essere che sorride, a dire il vero talora fa rutti, normalmente dice barzellette non oscene, e ride come un pazzo.

Allora la signorina Egle ride, bellamente sognando davvero, anche se non sa chi sia questo tipo pagliaccesco, e dopo alcune sue comparse frequenti in sogno l’ha battezzato l’Ovoridò.

Ride pure un coso che sta accanto all’Ovoridò, pare un suo compagnone. È un oggetto ben strano per essere in grado di manifestare ilarità, perché pare più che altro un contenitore per borotalco di vecchio tipo, cioé un coso cilindrico azzurro con dei buchi in alto da cui avrebbe dovuto uscire la polvere profumata; da quei buchi invece escono dei risolini a volte infantili, altre volte delle risatine chioccie da vecchina, o insinuanti da strega da favola. Quando fa la sua commediola il contenitore si agita un po’ e produce vibrazioni; anche Ovoridò ballonzola e in quel mentre da altre fessure verticali del coso sortono musichette arcaiche di tipo slavo/tzigano, non si sa perché.

Egle pensa che le melodie siano suggerite dalle origini boeme o morave di Cavallino cococò che sta sempre lì accanto e smiccia e sussurra accompagnando.

In fondo in fondo in quella scatolaccia onirica non si sta molto male, anche se delle volte Cavallo pazzo esprime certi suoi dissensi per la compagnia mostrandosi ombroso e suggerendo nelle orecchie di Egle il fatto che lui sì che è e fu vero compagno di giochi e che i nuovi venuti non sono alla sua altezza, anzi sono dei veri truzzi.

Egle non può rispondere mai, perché il suo sogno è così: si vede, si ascolta e basta.

Più avanti, cioè praticamente davanti ad Ovoridò e il suo amico coso azzurro, sta una testa incappucciata da un copricapo rossastro in panno di foggia medievale, dalle fattezze tra l’umanoide e il volpino, reca baffi folti e ritti e occhieggia. Pure esso mostra una sua lingua affusolata che mena qua e là lungo labbra smunte. Ha occhi smorti, sguardo piuttosto amichevole; se non fosse per i frequenti versacci e gli sbruffi che fa parrebbe un tipo amabile, anzi di compagnia. Talora canticchia degli inconsueti motivetti di origine forse del Nord Europa, Egle lo ha udito anche fischiettare in modo molto intonato un’aria melanconica di Grieg. Alla signorina Egle pare aver già visto questo bel tomo in un dipinto del pittore Hyeronimus Bosch, e lo ha soprannominato il mio Cappuccione.

Lo fissa sovente per capire cosa diavolo voglia suggerire la sua presenza arcaica nel sogno e che significhino gli ammiccamenti, le strizzatine d’occhio che le fa.

Per altro questo testone baffuto si mostra assai utile come custode vuoi sorvegliante di un altro ospite della scatolaccia, detto Pino l’Ofidino, che non è certo se sarà l’ultimo componente della compagnia cantante.

Pino è una specie di serpente che di norma se ne sta arrotolato sul fondo di cartone, spesso dorme. Quando sta avvolto su sé stesso è gradevole al vedersi perché pare una ciambella colorata, di fatto è una singolare sorta di animale a strisce gialle e rosse, la testa quasi cilindrica sta nascosta tra le spire; però quando si svoltola è ben diverso, si muove veloce, dimena quel suo buffo musetto con orecchie a sventola e slinguaccia a destra e a manca tentando sopra tutto di uscire dal contenitore o casa del sogno.

È allora normale compito di Cappuccione l’afferrarlo, anzi il pinzarlo con i denti per la coda per impedirgli la fuga. Pino allora si mette a sbattere, a ondeggiare, ce la mette tutta nel far rullare l’intero scatolone scatenando le ire specialmente di Cavallo pazzo che prende a profferire stranissime bestemmie che nitrisce in toni bassissimi.

Tutta la scatolaccia allora trema per il subbuglio, specialmente il coso da borotalco entra in una crisi violenta di panico, prende a scuotersi rabbiosamente emettendo nuvolette violacee; il suo vicino Ovoridò cerca di consolarlo con parolette dolci.

Il sogno, talora, si spezza all’improvviso proprio a questo punto.

La povera signorina Egle allora si solleva di botto puntando sulle mani sul letto, respirando in affanno, scuote poi la testa, se la prende tra le mani e sovente piange.

Sa o suppone che il povero Pino l’Ofidino sia stufo di stare chiuso in quella scatolaccia con dei compagni d’accatto, non scelti, sa che Cappuccione sembra simpatico però è mordace con quei dentini affilati e fa praticamente il carceriere.

La signorina Egle non sa che fare di queste sue avventure oniriche.

Le vuoterebbe volentieri nella gran pattumiera generale dei sogni malati & perduti.

Per fortuna a volte i sogni finiscono meglio, specie quando Pino se ne sta buono buono e accucciato, specie quando Ovoridò borbotta barzellette strambe, incomprensibili che fanno sghignazzare anche il suo Cavallino cococò e fanno rullare il coso cilindrico azzurro.

Anche Cappuccione ridacchia allora e si morde i baffi.

La signorina Egle non ha proprio simpatia per Pino l’Ofidino, perché sguscia, scivola, saltella, fa dei sibili, però lo capisce.

Vorrebbe nascostamente praticare un foro, con un grosso succhiello che ha, quello dello zio Eraldo, sulla parete e meglio sul fondo dello scatolo di modo che il serpentello possa svignarsela, possa vedere oltre il cartone, trarre un respiro, possa evitare le morsicature di quel bizzarro baffone Cappuccione.

Non sa se ce la farà.

Bisognerebbe stare in un altro sogno.

Scatolaccia degli incubi della signorina Egle.2

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