anni’60, alla ricerca di uno stile

Avevo da fare, da studiare, da leggere, da lavorare, da vedere gli amici, la ragazza, da cantare, andare in montagna, fare politica, partecipare al Sessantotto, anche alle fasi di prima, introduttive, ’63, ’64, ’67, magari a scrivere un po’, solo un pochino dico, etc.

Ce n’era da fare. Però ci riuscivo.

Si vede che dormivo poco, dipingevo e scrivevo di notte.

Cercavo qualcosa, quello che si dice uno stile personale.

Ero innamorato, anche abbagliato da tante correnti artistiche contemporanee, non sapevo davvero cosa mi piacesse di più nell’Arte antica & moderna.

Vagavo da Mantegna e Bellini fino al Cubismo alla Metafisica ed al Surrealismo.

Stavo cercando una strada, e sperimentavo espressioni, segni e tecniche, soprattutto l’olio, che non è mica facile, no.

Per cui vagavo in territori espressivi indistinti, senza confini precisi, studiando ciò che si confaceva più alla mia indole. Stavo scoprendo a tratti, in barlumi appena percepiti, che la pittura, come ricerca, non era solo un fine, poteva essere anche un mezzo per trovare, trovarsi, individuare nel profondo la propria vera natura.

Un artista lavora col proprio linguaggio, mentre lavora trova, scopre qualche segno che sente più personale, affine, che avverte davvero come, o quasi, unico, e lo adotta; poi, a volte, lo manipola ancora, lo plasma e il risultato è uno stile, il proprio stile.

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disegnare, scrivere con la penna

A casa mia la penna per scrivere tutti la dicevano in dialetto “piûma”.

Ma non tratterò io di penne di gallina né d’oca né di qualsivoglia volatile di cui parla pure il Petrarca quando dice del coltellino e della penna ben temprata; questo perché da adolescente cercai di costruirmi penne avicole ma con risultati indecenti.

Passerò subito alla penna stilografica Waterman di mio padre con clip o clips d’oro che sempre gli invidiavo; gliela sottraevo di nascosto scopo sperimento e concorrenza, quindi riuscivo a macchiarmi in maniera turpe mani, faccia, braccia, grembiule (quello da scolaretto) gambe col risultato di ricevere scapaccioni da ambedue i genitori.

Per cui mai amai le penne stilografiche con le loro pompette o molli vesciche interiori che si bucavano, perdevano, si appiccicavano vermicolarmente: oggetti terribili, molte di esse erano belle di fuori e marce di dentro, tipo certi umani. Per tutti gli anni che le usai ci combattei, le smontai, le riparai, le modificai ottenendo sempre e comunque di ottenere arti e vestiti macchiati di blu stilografico, marca Waterman o Pelikan che scrive blu ma diventa nero.

Per questa mia perenne sozzura da indomabile contendente con le penne fui evitato da molte fanciulle piacenti ed anche per questo le odio ( le penne stilografiche).

Poi arrivarono quelle con la cartuccia sostituibile, tipo Parker o Aurora e altre americane, inglesi, francesi, tedesche, mentre molti passavano alle biro che furono poi accettate (contro voglia) dalle autorità scolastiche.

Non mi sono mai convertito alle penne a sfera del signor Biro, le uso in extrema ratio, per fare due conti della spesa; per qualsiasi altro serio lavoro mi servo della matita o pennefeltro, che cominciai a conoscere circa 40 anni fa e da allora non le ho più abbandonate.

Ma questa è tutta una accessoria premessa perché per me la penna vera ed unica è quella con cannuccia e pennino in acciaio, la sola degna di chiamarsi penna, quella che si abbevera in dosi volute dal proprietario nell’apposito calamaio, quella che manipolata con sapienza e dosaggio di gesto da tratti sottili, finissimi o grandi, spessi, modulati. Essa richiede soste per intingerla nelle quali lo scrivano può soffermarsi un attimo a riflettere sulla propria opera di ingegno, invece di buttare giù a man salva.

La penna col pennino richiede cure, esami dello stato di pulizia, cambio e scelta del pennino stesso a seconda degli usi che possono essere di grafica artistica o di scrittura, e pure scelta dell’inchiostro appropriato.

Una volta esisteva la “bella scrittura” o calligrafia e anche i professori di questa insigne materia che insegnavano l’aldino, l’inglese, il corsivo, il gotico, la tondina: io posseggo ancora pennini in acciaio specifici per alcune tipi di grafie in cui mia madre era abilissima.

La calligrafia è parente stretta del disegno e viene praticata da pochi amatori: i pennini per la calligrafia erano di tante marche, materiali, fogge, tagli singolari, punte tagliate di sbieco, dritte, pennini panciuti, gonfi, sottili, regali con corona, a foggia di Mole antonelliana o tour Eiffel, a forma di mano con dito proteso, a pesce ed aghiformi per tratti finissimi cioè quelli che prediligo io per il disegno: essi sono gli Heinze tedeschi in acciaio blu numerati dal più duro al più morbido. Buoni pure erano i Perry inglesi di augusto lignaggio.

Ho una minima scorta di Heinze acquistata anni fa presso la premiata ditta Smeraldi, un tempo mia emerita fornitrice di ogni sorta di carta ed arnese grafico. Il signori Smeraldi, padre e figlio compassatissimi, mi presentavano su di un cartone rivestito in carta velluto rossa un campionario di almeno trenta pennini diversi, ad uso artistico, non calligrafia; questi begli oggettini stavano applicati al cartone tramite un elastico e si potevano esaminare anche con la lente; era possibile ordinarne uno, due, quattro, a piacer: anche una scatolina.

Per le cannucce non sto ad andare per il sottile: ne ho tre o quattro boeme acquistate in un mercatino, altre tre vecchie come il cucco, una di plastica orrenda rosa e nera, un’altra me la sono fatta io con i bastoncini cinesi.

Degli inchiostri taccio che sarebbe una enciclopedia: io per disegnare uso dell’inchiostro di China, cioè di Cina, Pelikan, qualche volta mi faccio da me inchiostro da bastoncino/tavoletta cinese di china secca sfregato sulla vaschetta di ardesia poi ci intingo pennelli cinesi o penne fatte di bambù (altro capitolo: antenate della penna).

Il passaggio dalla cannuccia con il suo pennino all’uso del pennello per scrivere è breve o pare. Ma con questo passaggio si apre una grande porta verso tutta l’Arte della Calligrafia orientale, cinese e giapponese che è mondo antico, estetico, filosofico e religioso, sterminato come il Gobi e il Taklamakan.

Io mi limito ai miei pennini e vi assicuro che l’arte di misurare la propria forza ed i proprio gesto con questo minuscolo e caro oggetto esercita la pazienza e la concentrazione; accostare, accumulare tratteggi neri o colorati, fini e spessi immette in un mondo silenzioso, leggero ove tutti i pensieri prima si ammorbidiscono e poi si sciolgono.

Restano quei tratti sulla carta, tanto effimeri come il loro supporto, ma specchio di uno stato d’animo e di coscienza.

 

 

scrivere, disegnare a matita

Qualche anno fa il mio caro amico Gino Tasca, purtroppo andato, defunto, per telefono, mi disse: Sai Mario, ho il computer impallato da più di una settimana; ero in una sala di attesa sapevo di dover aspettare un bel po’, mi sono portato un quaderno a quadretti e una matita! Ho cominciato a scrivere appunti per un racconto, a matita, pensa un po’, con la matita!
Lui era stupito per il suo ritorno ad un tradizionale oggetto scrivente, ormai inconsueto.

Io non mi sono stupito. Io porto sempre una matita con micromina 0,5 (anche due) nel taschino della giacca della camicia del soprabito dell’impermeabile del giaccone.
Non posso vivere senza una matita sulle carni, vicino al cuore: posso dimenticarmi, uscendo di casa, delle chiavi ma non della matita e per questo ne possiedo tante: di legno, di metallo, di plastica, di bachelite, di alluminio, micromina 0,5 0,7 0,2; ho pure ereditato delle matite da mio cugino Sandro; una di queste è nera a sezione esagonale, intonsa, con su stampigliato in argento un fascio littorio e bene impresso:

FERROVIE DELLO STATO.
Poi ne ho avute e comprate di quelle cinesi ceke americane tedesche francesi Hardmuth Kohinoor Presbitero Fila Faber, quelle che già la maestra elementare ordinava: matita Faber n.2, mi raccomando. A volte in giro per mercatini ci ricasco a comperare l’ennesima matita rossa e blu, da correzioni o quella copiativa, verniciata di giallo, di quelle che ti metti in bocca la mina, fa schifo, e scrivono viola.

Ci ho un pezzo di anima nelle matite.

Quando ancor non sapevo scrivere disegnavo dappertutto e fregavo matite a mio padre, se non avevo matite cercavo mozziconi di matita da falegname, quelle piatte, scaglie di mattone, carbonella, fiammiferi bruciacchiati e facevo segni; poi me le prendevo perché istoriavo tutto, muri, tessuti, abiti, zoccoli, scarpe, tavoli, retro di libri.
Allora per evitare danni e farmi sfogare hanno cominciato a darmi rottami di cartone, di quelli che ci sono nelle pezze di stoffa e lì sopra ho raffigurato tutte le guerre possibili, i soldati di tutto il mondo, carriarmati, spade, mitra, Iliadi complete, Ulisse e la sua gang, bersaglieri e marinai, bombardieri B17 e Stukas.Poi ho incominciato ad usare a scuola la penna a cannuccia col pennino.
A quell’epoca nei giganteschi scomodi tarlati banchi di legno stava incastrato un calamajo di stato in cui il bidello in camicione nero ogni settimana versava, da una specie di sacratissima ampolla in vetro verde il repellente inchiostro di stato condito con grumi noduli filacci schifezze e mosche morte, sempre di stato. Era molto difficile scrivere con quell’intruglio, i pennini si intasavano e ci sarebbe da scrivere uno zibaldone solo sui pennini immelmati, incrostati e su conseguenti incidenti, per cui tralascio.
Poi arrivarono (anni dopo) e furono consentite le penne stilografiche.
Però le matite erano più buone perché le potevi e puoi masticarne il culo o fondo, attività distensiva atta a calmare o posticipare nervosismi, ansie durante compiti in classe o interrogazioni: il detto fondo sa di legno verniciato a spruzzo, grafite con gusto acre, sui generis: tipo benzodiazepina.
Comunque, per farla breve, i primi miei racconti me li sono scritti tutti a matita, fini fini, su fogli tipo extrastrong o carta semilucida di incauto acquisto, poi me li sono copiati di nascosto ai genitori con la macchina da scrivere di mio padre, di notte, ecco.
Però adesso queste cose le scrivo col pc.
Ma le poesie, no: quelle si scrivono, anzi si devono scrivere a matita, poi si correggono con una penna microfibra nera, che lasci un bel segno netto, altro che biro; poi, volendo, ad libitum, si copiano sul computer.Perché la mano, con la sua matita, esegue un gesto ordinato dal cervello in cui si muovono più sensi e il lapis sta tra le dita sentimentalmente e sensualmente, come prolungamento del corpo, fa segno netto, sfiorato, a tratti, pesante, ti strappa la carta, lo moduli, l’occhio ci va dietro e dentro, guardi la sua punta, spingi il pulsante o fai quella operazione straordinaria (se usi una matita vera) che è il temperare con un coltellino, con una lametta, col temperamatite classico o quello professionale da tavolo a manovella.
Una voce dentro di me, un tipo concettuale, mi dice: ma la matita è solo uno strumento; il risultato, quello che conta è la storia, la poesia, il disegno. Un’altra voce s’adonta un po’ e fa: l’uso armonioso dello strumento, tutt’uno con il corpo/mente è il primo fine.

Ahhhh, dico io, e li lascio discutere.

imparare a dipingere

C’era un volta un pezzo di mattone, di carbone, una pietra aguzza, una matita.
Con quelle cose imbrattavo, rigavo tutto il mondo intorno.
Poi mi hanno ficcato a scuola, il che non mi piacque affatto.
Io avrei voluto vivere 15.000 anni fa e fare il mago/pittore delle caverne, dove un cavernicolo va lì, gli da ‘na gallina scopo pagamento e lui ti disegna sulle pareti, colle terre colorate e col grasso, bisonti, asini, bufali, cervi e donne e bambini e cacciatori.
Niente parole: solo segni.
Poi, nonostante la scuola, giravo intorno gli occhi a guardare tutto, magari anche erbe, alberi, facce di gente, facciate di case, pitture sulle case, interni di chiese antiche, vecchi arredi e magari bei quadri. Ero curioso di tutto.
Mi facevano esultare le opere degli antichi, i romani e i greci, i loro templi, i vasi, le statue, le colonne, anche gli assiri, i babilonesi, gli egizi.
Avevo 13 anni quando decisi che volevo fare l’archeologo, da grande.
Però mi hanno detto di no. Già.
Insomma mi piacevano follemente le arti figurative.
Allora, dopo aver riempito migliaia di fogli di scarabocchi, a 20 anni stabilii che volevo fare il pittore sul serio. Ma non feci scuole artistiche, né ebbi maestri fissi se non un pittore eccellente e sperimentatore, ma poco noto, che mi fece ben tre ritratti. Imparai anche parecchio da alcuni compagni di corso alla Facoltà di Architettura, ove non mi laureai.
Guardavo, imparavo, sperimentavo, copiavo.
L’unica che m’insegnò qualcosa di tecnica fu una restauratrice matta come un’anguria da cui lavorai per due anni. In poche parole: imparai a conoscere a fondo le materie pittoriche, ed a sentirle, a trafficare con esse, a dipingere ad olio, ad usare tempere, acquerelli, carboni, pastelli, a immedesimarmi nel linguaggio del segno lasciato dai pennelli, a manipolare la creta, a buttare sulla tela, sulla carta segni di miei umori, mie fisime e miei amori.
Avevo dei miti/modelli: la pittura antica; tuttavia mi guardavo intorno, mi istruivo e andava facendosi sempre più spazio in me la passione per le visioni cubista e futurista del mondo.

Per cui su questa tavola ho composto un po ‘di lavori miei: il primo a sinistra in alto è un quadretto che feci a 14 anni: il fienile di casa mia, che non c’è più, e le costruzioni di fronte. Le altre cose dicono alcune cose delle mie ricerche degli anni ’60.
Nature morte, gli amici jazzisti, i tram di Torino, il cubismo, la città tentacolare, un paese ligure che molto amo.

Però mentre disegnavo e m’impiastravo di colore, cominciai a scrivere, a tentare l’arte narrativa, e di questo parlerò oltre.

Un po’ di vita d’artista (non c’è mica da vergognarsene)

Sono nato a Torino il 2.7.1941.
Appena ho trovato un oggetto scrivente ho cominciato a disegnare dappertutto, a scrivere ho imparato dopo.
Ho lavorato come commesso di libreria, insegnante di Educazione Artistica, disegnatore pubblicitario, progettista e per vent’anni sono stato responsabile tecnico della GAM. Torino.
Sono uno dei quattro della Agenzia Poetica Torinese, insieme a Piergianni Curti, Ugo Gomiero e Massimo Tosco, abbiamo tenuto per tre anni una trasmissione di poesia alla RTA (fine anni ’70) e molti readings poetici a Torino e dintorni.
Per la poesia si veda la nostra raccolta “Poesia della pittura” dedicata a dipinti di artisti, famosi e non, edita on line dai FEACI.
Ho tenuto, come pittore, parecchie mostre personali in Italia e fuori, partecipato a molte collettive.
Ho scritto romanzi e tanti racconti.
Nel marzo del 2001 ho vinto il primo concorso letterario italiano su Internet bandito da Alice.it/in.edito con il racconto: “La scatola del dottor Wallaby” pubblicato in occasione della Fiera del libro 2001 da Marcos y Marcos.
Michele Di Salvo editore ha pubblicato nel 2002 il mio romanzo:
Le pigne in testa”.
La rivista letteraria belga francofona ‘Bon a tirer’ pubblica on.line vari racconti miei in francese ed italiano.
Premiato come finalista per un racconto nel concorso “Storie dell’Arte” bandito dalla Scuola Holden di Torino nel 2004.
Nell’aprile 2005 è uscito il mio romanzo “Di ruggine in rugiada” edito dall’editore L’Ambaradan –Torino, che nel dicembre 2005 si è classificato tra i finalisti per il premio San Vidal di Venezia.
Nel numero d’autunno 2008 pubblicato nella rivista TRATTI della Mobydick il mio racconto “Il cane di Gino Vasapolli”.
Nell’ottobre 2011 è uscito il libro “San Salvario” per Graphot. Spoon river scritto con Massimo Scaglione dedicato al mio omonimo quartiere di Torino. Sempre per Graphot editore di Torino, ho lavorato con disegni, testi ed impaginazione per “Torino, camminando di qua e di là dal Po” con Anna M.Borgna, Laura Maggiora, Luisa Sartoris ed Elena Saraceno.
Nel maggio 2012 è uscito per i tipi di Senzapatriaeditore il mio romanzo breve “Humbaba Huwawa”.
Sempre per Senzapatriaeditore ho disegnato più di trenta copertine.
Da pochi giorni è uscito il bel librino “Lettere dall’orlo del mondo” di Barbara Garlaschelli edito da Ad est dell’Equatore, illustrato con 15 miei disegni a china.
Altri racconti sono in varie antologie pubblicate in questi ultimi anni. Poi li specificherò e posterò immagini e copertine e brani dei miei scritti.