Vari robot in attesa di restauro e non

Questo mio libro, a cui tengo molto, “Il restauratore di robot” è uscito da poco e sto dietro a farne presentazioni qua e là.
Sovente qualcuno, amici, sapendo che sono pittore e illustratore mi chiedono se ho visto prima di scrivere, nella mente, tratti dei personaggi e scenari interni sfondi, paesaggi. La risposta è: in genere sì.
Quando mi metto a scrivere vedo la scena, le azioni, gli attori muoversi in una nebbia, sfocata, solo quando sono riuscito a rifinire il testo, puntigliosamente, le sagome dei personaggi si definiscono meglio.
Ad esempio il robot bisognoso di restauro del primo racconto me lo sono visto subito come androide abbastanza risolto, ma non mi è stato facile disegnarlo. Gli altri robot sono stati anche più divertenti da immaginare, e da realizzare graficamente, specialmente il robot biscia Willoby 18, in cui e con cui mi sono proprio sbizzarito.
Ma oggi qui voglio raccogliere, non le illustrazioni del libro, ma qualche immagine ironica, che ho elaborato nei giorni scorsi con GIMP, dedicata ai miei folli robots partendo da immagini pescate sul web.

Il RESTAURATORE DI ROBOT ed altri racconti

testata-fb-restauratore-robot

È in uscita questo mio nuovo libro:

“IL RESTAURATORE DI ROBOT ed altri racconti”,

e voglio dire che ho escogitato il titolo di questa mia nuova raccolta di cinque racconti, d’accordo con l’editrice Sabrina Ferrero, di Nerosubianco, perché volevo creare curiosità, stimolare un uzzolo. I termini “restauratore” e “robot” non sembrano appartenere ad una stessa epoca; normalmente un tale che aggiusta robot non si dice che li restaura, verbo relegato ad azioni su oggetti antichi, ma li ripara: in genere è un ingegnere elettromeccanico, informatico.                                                                        Questi racconti sono nati di lontano, dai tempi dei miei sedici anni, in cui leggevo una montagna di romanzi di fantascienza all’anno. E l’estate passata, per rinverdire la mia antica passione ho cacciato fuori dagli scaffali uno spesso volume di racconti di Phil K. Dick.  Me lo sono divorato, riconosciuto il genio dell’autore, ho rinfocolato un vecchio innamoramento e mi sono chiesto perché non avessi mai scritto racconti di fantascienza… Sì, qualcosa a mezza strada avevo buttato giù, anche due volte per il concorso Lama & Trama, anche qualche altro pezzo lungo tra il fantastico e l’esoterico. Per cui la mia non domata passione per la scifi mi ha scaraventato sul pc a scrivere racconti che hanno per protagonisti dei robot, proprio in un momento storico rovente della loro evoluzione. Sui giornali del mondo si leggono sovente articoli, illustrati da curiose immagini di robot umanoidi, sui progressi dell’ingegneria robotica e delle paure, anzi terrori, suscitati dalla possibilità che i robot ad alta specializzazione sostituiscano tanta manodopera o meglio mano d’opera, mani e menti all’opera: operai, manovali, segretari, et cetera. Paure motivate, credo proprio.
Esiste un presupposto in questi racconti: i miei robot, di un futuro non lontano, sono macchine molto intelligenti e dotate di un imprintig di base, cioè obbediscono alle fondamentali Tre leggi della robotica scritte dal grande Isaac Asimov. Pressapoco le storie stanno così come troverete scritto nell’estratto o abstract:
Nel 2115 d.C., a Torino, un “automa sapiente”, editore di mestiere, si fa restaurare le fattezze rovinate dal tempo da un ingegnere del Museo dell’automobile mentre un ricco mercante si vede costretto a farsi costruire dalla J.P. Morgan Robotics un giudizioso doppio meccanico per elaborare un grave lutto famigliare. Un astutissimo e scurrile robot biscia salva una donna pilota disperatamente finita con la sua nave su un asteroide detto ”Questione morale”…  Sono cinque storie, anche ironiche, che hanno poco a che fare con la fantascienza supereroica & bellica: non sono altro che apologi, parabole o contes philosophiques che vestono una forma fantascientifica distopica per narrare e ipotizzare il rapporto tra l’essere umano e le macchine intelligenti fedeli alle tre leggi asimoviane della robotica.
La copertina del libro e pure le 11 illustrazioni che vi troverete entro sono opera mia. Non potevo risparmiarmi, lo “dovevo” fare: avevo bisogno di oggettivare i miei sogni, di renderli figure facce macchine ali spazi nuvole pianeti e robot.

Mario Bianco & altro

Mi chiamo Mario Bianco, e il mio nome e cognome son comunissimi in Italia per cui su Facebook ho deciso di chiamarmi Mario E.R. Bianco, inserendo le iniziali di Ennio e Remo che sono gli altri miei nomi.

Come ovvio tra i tanti, forse 24.000, Mario Bianco che ci sono in questa nazione, si contano anche degli scrittori e artisti che hanno scritto & pubblicato di questo e di quello, di odissee nell’ospizio, camere con sviste, via col ventre, manuali per la ricerca di lavoro, zibaldoni di pensieri, poesie, et cetera.

Per cui, per evitare confusioni qui metto soltanto un elenco dei miei lavori pubblicati:

1. LA SCATOLA DEL DOTTOR WALLABY. (racconto vincitore del concorso nazionale di Alice.it pubblicato da Marcos y Marcos nel 2001 in antologia dallo stesso titolo)

2. LE PIGNE IN TESTA. Romanzo pubblicato nel 2002 da Michele di Salvo editore.

3. DI RUGGINE IN RUGIADA. Romanzo pubblicato nel 2005 da L’Ambaradan editore. Torino. Finalista al Premio San Vidal.

4. HUMBABA HUWAWA. Romanzo breve pubblicato nel 2012 da Senzapatriaeditore.

5. LETTI A UNDICI PIAZZE. Undici racconti miei e altrettanti di Euro Carello dedicati a 11 piazze di Torino, con 44 mie illustrazioni in bianco e nero. Graphot editore. Torino. Graphot editore. Torino. 2014.

6. L’ALTRA FACCIA DELL’ANGELO O LA MUMMIA TURCA. Romanzo pubblicato nel 2015 da Nerosubianco editore. Cuneo

Sono coautore di testi, disegni e impaginazione del Carnet de voyage per la circoscrizione 8 della mia città, TORINO CAMMINANDO DI QUA E DI LÀ DAL PO con Anna M.Borgna, Laura Maggiora, Elena Saraceno, Luisa Sartoris, edito da Graphot editore. Torino. 2010

Sono coautore con Massimo Scaglione di SAN SALVARIO. Saggio dedicato al nostro quartiere torinese, edito da Graphot editore. Torino. 2011.

Alcuni miei racconti sono stati pubblicati in antologie e riviste, come Maltesenarrazioni, o sul web.

Ho illustrato anche il magnifico testo di Barbara Garlaschelli LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO edito da All’est dell’equatore. Napoli 2012.

Ho disegnato circa trenta copertine per romanzi o racconti editi da Senzapatria editore.

Potrete trovare ancora sul sito www.bon-a-tirer.com francofono alcuni miei racconti, da me illustrati, pubblicati on line nel 2002 e tradotti in francese ad opera dell’équipe franco/belga, compreso “La scatola del dottor Wallaby” che vinse il Premio Alice.it nel 2001. Il primo premio creato in Italia per un racconto nuovo su l web.

Lettere dall'orlo del mondo

Cavernalibro o Matrice e Origine delle parole

È un progetto che ho in mente da molto tempo. A questo oggetto do il titolo:

CAVERNALIBRO o LA MATRICE DELLE PAROLE

Di dimensioni esterne di mt. 3,00 di altezza ed mt. 3,00 di profondità per un fronte di mt. 2,00. Andrebbe costruito interamente in materiali leggeri quali strati sovrapposti di resine sintetiche, come laminil, su scheletro di tubi in resine o profilati di alluminio.
La decorazione esterna delle copertine sarà eseguita con varie sovrapposizioni di carte impregnate di colori acrilici.
Le facce interne alle copertine saranno decorate a collage con riproduzioni in bianco e nero di pagine a stampa su carta.
Sul fondo della costola del cavernalibro ove è sistemata l’origine delle parole sarà costruita con ethafoam e gommpaspugna una sorta di vagina colorata rivestita in lattice da cui vengono partorite lettere latine, geroglifici, caratteri cuneiformi o ideogrammi costruite pure esse dello stesso materiale dipinto con acrilici.
Sul retro (all’interno) della costola, sarà sistemata una fonte d’illuminazione che emanerà luce che sortirà dietro alle lettere partorite quale sfondo.
Nella stessa costola si potrebbe pure sistemare una fonte di suoni adeguati, allo studio.

In una seconda fase del progetto ho pensato che la Matrice delle parole situata nella parte interna della costola del grande libro sarebbe stata più interessante, efficace se trasformata in uno schermo sottile di materiale translucido, costituito da uno telo sottilissimo di tessuto non tessuto parzialmente irrigidito da sostanza apprettante in modo tale da prendere una forma irregolare, quasi una cascata fuoruscente dalla matrice su cui si potrebbe proiettare dal retro, tramite videoproiettore un flusso di immagini animate di lettere in tanti alfabeti che scendono verso terra a formare anche parole. Naturalmente il flusso delle lettere lo sento accompagnato da una musica adatta, congruente. Per adesso sono nella fase di prova per costruire un modello in scala, una maquette, della matrice ma sopratutto dello schermo.

Allego qui alcuni progetti e schizzi tirati giù in momenti diversi fin dalla nascita dell’idea iniziale e poi gli ultimi per la costruzione della schermo semitrasparente per la proiezione dal retro.

Schizzo

mostra degli “omini scritori”

Di questi miei figuri, prima ominidi e poi omini, di cui ho scritto qui il 17 marzo scorso, c’è ora una mostra dal titolo “omini scritori” ed è una rassegna di 30 disegni satirici, elaborati e colorati digitalmente, ispirati ai vizi, alle fisime ed alle virtù dei miei amici scrittori immaginari e non, me compreso, che si inaugurerà alla Biblioteca civica Natalia Ginzburg, via Cesare Lombroso 16, in Torino, il prossimo martedì 10 maggio 2016, alle ore 18,00 e durerà fino al 23 maggio, naturalmente secondo gli orari della biblioteca.

le forme che si muovono

Nel mese scorso di aprile ho ripreso a dipingere su tela e in formato medio dopo una sosta di mesi. Nel frattempo, tuttavia, avevo continuato a produrre disegni, bozzetti, acquerelli, decine dei miei omini scritori, di piccolo formato, perché se resto senza dipingere anche per pochi giorni mi innervosisco, mi spaeso, in pratica mi sento male. Perché la pratica della creazione di figure, verosimili o no, oggetti pittorici mi assorbe e mi sposta in uno stato della mente simile alla meditazione.     Al di là dei risultati estetici l’assorbimento quasi totale nella pratica manuale/mentale della pittura, per quanto eccitante, mi conduce in uno stato di distacco da pensieri vari, urgenti o assillanti. Benché io pensi e progetti mentre disegno, tiro tratti e costruisco figure non verisimili, sento un distacco tangibile dal mondo “normale”: uno stato che tuttavia non è quello della distrazione.

Sono ritornato alla pittura dei miei tempi preferiti, cerco di dare una forma, di alludere alle molteplici forze invisibili, talvolta anche sensibili, che ci animano, e tengono in vita e trasformano continuamente questa natura, questo mondo.

Naturalmente parto da un segno o poco più sulla tela, studio e tento coi tratti, coi colori di dare una armonia personale alla composizione, finché non trovo, cioè scopro un equilibrio dinamico di segni, toni, tinte che mi soddisfi.

Anche se i miei temi preferiti sono da anni sempre simili non smetto la ricerca per formare figure diverse, più confacenti al mio stato mentale o d’animo, perché le forze a cui do una forma immaginaria sono in pratica invisibili e il mio è un frammento di palcoscenico di un teatro ove i personaggi sono segni, forme e simboli che escono, si muovono continuamente, ballano, sconfinano, si proiettano lontano. Allego qui alcune immagini di miei dipinti su tela, recentissimi, di dimensioni medie 50×70 cm. ca., durante la lavorazione e al fine terminati e piazzati sul telaio.

 

ominidi, scritori e non

Cinquanta anni fa, o giù di lì un mio amico, bravissimo disegnatore, mentre conversavamo seduti intorno al tavolo, in cucina, davanti ad un bicchiere di vino, disegnava, schizzava apparentemente sovrappensiero con una penna rapidograph su uno dei tanti pezzi di carta che stavano davanti a noi.

Ad un tratto il mio occhio fu catturato da una singolare sagoma di omino che andava prendendo forma nei tratti della china nera. Era una forma filiforme antropoide, uno schema umano grezzo e semplice che mi incuriosì molto.

Gli chiesi cosa fosse, mi rispose con un: boh, non so, roba così… da ridere…

Però conservai il disegno in una mia cartellina, e pochi giorni dopo presi a schizzare omini simili, tanti, a modificare, a migliorarne la forma secondo un mio schema. Li chiamai così: ominidi, e presi a disegnarne molti qua e là, anche a graffiarli sul muro di una soffitta che condividevamo in quattro amici. Li ambientavo in un tempo mitico, per me erano nostri giocosi antenati; ne inventai e disegnai pure la nascita da un’escrescenza di un terreno dei primordi. Qui ne metto alcuni e sono solo in bianco e nero

Ogni tanto, col passare degli anni mi capitava di schizzarne qualcuno, così sovrappensiero, come quel mio lontano amico, o di ficcarli in qualche angolo di un acquerello ironico.

Poi, è successo verso la fine dell’anno scorso, 2015, mi è preso il buzzo buono di mettermi lì a rifarne come ominidi scritori, come figure satiriche per lanciare qualche frizzo ironico sulle figure degli scrittori che conosco, abbastanza, un poco, così così: un mondo anche di amici, di colleghi, a volte cari, simpatici o vanesi ed ipereccitati, e al contrario, depressi e catastrofici, altezzosi o superbi, spesso sommersi da ubbie. D’altra parte questo mondo di scrittori, e in Italia sono tanti, vive una giustificata inquietudine visto il mal’andazzo dell’editoria e le vendite scarse. Così soffrono, ridono e sognano i miei ominidi scritori che ho disegnato con penna e matita nere e ho colorato, svolazzato con un programma grafico digitale. Poi li ho commentati e con un titolo scritto in un mio dialettaccio grammelot bastardo nordoccidentale.