I racconti delle cassette e la scatolaccia degli incubi della signorina Egle

Qualche mese fa, osservando quante scatole o scatoloni o cassette avessi nel mio studio piene di aggeggi vari, colori, carte, libri, opuscoli, ricordi e una massa di articoli, minutaglie per lo più inutili, sono stato ripreso dall’antica mia passione per la numerazione o elencazione letteraria di oggetti di ogni genere come artificio di supporto in una trama. Per di più sono stato provocato dalla lettura del bellissimo romanzo argentino SUDESTE di Haroldo Conti, tradotto dai miei amici Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, e in particolare dal contenuto molto singolare di una lercia borsa appartenente a un certo Cabecita.

Ho per ora scritto sette racconti dedicati agli oggetti, più o meno “strani”, contenuti in scatole, ceste, borse, cassette etc. Questo è soltanto un artificio, prezioso per me, che uso per definire, architettare uno scenario minimo che supporta la storia di uno o più personaggi, perché ogni oggetto a cui siamo legati, e che conserviamo, dice qualcosa di noi.

Qui pongo uno dei miei recenti racconti “ La scatolaccia degli incubi della signorina Egle”. Allego, come ovvio, l’illustrazione mia del racconto.

Ci tengo a precisare che in genere prima disegno il contenitore e gli ammennicoli relativi e poi scrivo la storia.

La scatolaccia degli incubi della signorina Egle

La signorina Egle ogni tanto sogna una scatola brutta, molto scassata e irregolare.

Non è proprio una scatola perché le scatole in genere hanno i lati paralleli. Non è proprio un contenitore simmetrico perché le pareti o lati verticali non sono nemmeno tanto dritti, verticali appunto, sembrano inclinati laschi sbrindellati. Sono diversi lati o fianchi, a volte di più a volte di meno, ma mai paralleli.

La scatola pare di cartone, o forse di un materiale plastico semirigido tipo quella roba di cui sono fatti gli scatoloni in cui sua sorella Eralda ficca i piumoni al cambio di stagione. Le scatole di Eralda le sono molto antipatiche, anche perché riportano in superficie grandi fioracci rosa. A volte ha dovuto aiutarla a cacciarvi dentro trapunte ed altre simili robe invernali e si è scocciata alquanto. Sembra che sua sorella non sia capace a farlo da sola, dice che lei è più robusta a comprimere i piumoni e a chiudere con forza le cerniere delle buste trasparenti… che sono così dure.. oh, così dure.

La scatolaccia sognata dalla signorina Egle non è dura.

Anzi è di una mollezza inquietante, crea una certa insicurezza, anche ribrezzo.

Le flaccide pareti o lati o confini del medesimo contenitore o quel che è sono apparentemente unte e lise come da un secolo di maneggi; recano tracce di disegni informi che variano a secondo degli umori e delle stagioni in cui vengono foggiate dal subconscio della signorina Egle. Talora recano tracce di grosse infiorescenze ombrose, ocracee e terrose, altre singolari trenini verdastri, o impronte di mele renette bacate, pallide pere coscia di donna tuttavia enormi, lucertole di varia grandezza in sfumature cinerine, gru e cicogne animate e petulanti che avanzano recando in bocca pesci gatto, in altre occasioni di sonno più sereno appaiono rondini azzurrine sfumate, più qualche merlo e una taccola curiosa che becchetta producendo ticchettii fastidiosi.

Il sogno ha un altro connotato normalmente ansiogeno perché le pareti suddette paiono davvero poco consistenti, ovvero solide, cioè oltre ad essere costituite da molle sostanza indefinibile, tendono a deformarsi a slabbrarsi a piegarsi lentissimamente con un movimento quasi osceno che ha del ributtante.

La signorina Egle è tuttavia curiosa perché il movimento graduale delle pareti nasconde il contenuto della scatolaccia o sbreccato contenitore ed ella è ansiosa, ogni volta, di vedere cosa si celi dentro il medesimo.

Non è mai la stessa prospettiva, i lati non sono nello stesso numero e dispiegano l’interno dello scatolo attraverso un succedersi di immagini mai consueto.

È successo pure che le pareti stessero erette e dopo qualche tempo tendessero lentamente a chiudersi come corolla di mostruoso fiore sull’ignoto contenuto lasciando la sognatrice in uno stato di insoddisfazione davvero pietosa.

Nella normalità i rivestimenti del sogno si vanno aprendo o dischiudendo con moto piuttosto armonioso, benché ansiogeno, per mostrare le sorprese concesse alla signorina Egle.

Più che sovente appare almeno una parte del fondo composto di cartone quadrettato su cui si erge dominante una figura insolita, ma invero domestica per la signorina Egle, ovvero la stramba testa di Cavallo pazzo cioè un suo vecchio amico o fantoccio. Anzi questo figuro nominato come Cavallo pazzo fu detto anche Ciccio bruttis, Cavallino cococò questo scemo a chi lo do, Cavallaccio mio, Cretinone della Egle, quel pupazzo straccio merdoso della Egle (definizione tipica della sorella Eralda).

Di fatto il cavallo suddetto non era stato altro che una parte di un grosso cavallo di pezza che lo zio Eraldo aveva portato per le nipotine dalla Cecoslovacchia ove quel mascalzone, mezzo artista, di Eraldo viveva sovente, presso Praga, in combutta con burattinai, pupari, registi, disegnatori, cartonisti e sempre con certi brutti ceffi ubriaconi di varie risme, regioni e religioni.

Il Cavallaccio mio poi finì quasi in pezzi quando Egle compì anni otto, mentre Eralda ne aveva già dieci, in seguito ad una lite eccessiva tra le sorelle; al cavallone di pezza strattonato delle due bambine si aprì la pancia e ne uscirono cenci di vario colore. I pianti e gli urli di Egle furono altissimi al vedere quelle budella tessute, sbrindellate spargersi sul tappeto del soggiorno in un disordine ributtante.

Eralda, con i pugni sui fianchi e la gambe allargate, ridacchiava.

La signora Ernesta mise in severo castigo ambedue le figlie, poi raccolse il Cavallaccio pazzo e lo salvò dal collo in su, cioè rappezzò e chiuse la grossa lacerazione all’altezza del garrese, i restanti miseri resti equini invece finirono in una pattumiera piuttosto lontana dall’abitazione.

Cavallino cococò dormì da allora per anni nel letto della signorina Egle che, avendo imparato benissimo a cucire dalla madre, riparò con pezze varie le lacerazioni che andavano rigenerandosi sulla misera epidermide, già costituita da tessuti non molto solidi all’origine. L’usurata bestia di pezza fu arricchita in un’ultima fase, cioè quando Egle compì undici anni, da una buffa lingua rossa di panno.

Poi, due anni dopo circa, Cavallino cococò fu messo a riposare in una scatola di cartone decorata da schematici fiordalisi, situata sopra l’armadio della camera da letto dei genitori. Quindi l’anno seguente fu bellamente regalato, nonostante alte proteste di Egle, alla Tina, la figlia tanto carina della Sandrina, la cara sorella della portinaia, che non ha nemmeno un giocattolo, quella poverina.

A dire il vero il Cavallino cococò del sogno spesso è più brutto di quello antico. A volte fa versacci, dimenando quella lingua lubrica che già Egle si è pentita di avergli allora cucita tra quei denti sempre giallastri, per di più dice parolacce, fa degli strabismi con i suoi occhioni, e sventola le orecchie, anzi le mulina in modo folle.

Egle si irrita allora perché la sua creatura è troppo indipendente.

Egle piange sognando, davvero. E si lagna ancora di più, anzi si strazia quando vede che fa capolino da una specie di tana pannosa, alla base del collo di Cavallo pazzo, procedendo sul fondo, sul cartone, una sorta di aracnoide schifoso che frinisce, frinisce e lacera il sonno.

Non è sempre così, per la fortuna del riposo della signorina Egle.

Sovente Cavallino cococò fa il bravo e gesticola soltanto con la testa.

Pare annuire: questo è buon segno.

Un tipo buffo situato in genere in fondo a sinistra, è talora consolante. È una specie di testaccia a uovo, pare di consistenza animale, con due orecchie tonde sproporzionate, però è un essere che sorride, a dire il vero talora fa rutti, normalmente dice barzellette non oscene, e ride come un pazzo.

Allora la signorina Egle ride, bellamente sognando davvero, anche se non sa chi sia questo tipo pagliaccesco, e dopo alcune sue comparse frequenti in sogno l’ha battezzato l’Ovoridò.

Ride pure un coso che sta accanto all’Ovoridò, pare un suo compagnone. È un oggetto ben strano per essere in grado di manifestare ilarità, perché pare più che altro un contenitore per borotalco di vecchio tipo, cioé un coso cilindrico azzurro con dei buchi in alto da cui avrebbe dovuto uscire la polvere profumata; da quei buchi invece escono dei risolini a volte infantili, altre volte delle risatine chioccie da vecchina, o insinuanti da strega da favola. Quando fa la sua commediola il contenitore si agita un po’ e produce vibrazioni; anche Ovoridò ballonzola e in quel mentre da altre fessure verticali del coso sortono musichette arcaiche di tipo slavo/tzigano, non si sa perché.

Egle pensa che le melodie siano suggerite dalle origini boeme o morave di Cavallino cococò che sta sempre lì accanto e smiccia e sussurra accompagnando.

In fondo in fondo in quella scatolaccia onirica non si sta molto male, anche se delle volte Cavallo pazzo esprime certi suoi dissensi per la compagnia mostrandosi ombroso e suggerendo nelle orecchie di Egle il fatto che lui sì che è e fu vero compagno di giochi e che i nuovi venuti non sono alla sua altezza, anzi sono dei veri truzzi.

Egle non può rispondere mai, perché il suo sogno è così: si vede, si ascolta e basta.

Più avanti, cioè praticamente davanti ad Ovoridò e il suo amico coso azzurro, sta una testa incappucciata da un copricapo rossastro in panno di foggia medievale, dalle fattezze tra l’umanoide e il volpino, reca baffi folti e ritti e occhieggia. Pure esso mostra una sua lingua affusolata che mena qua e là lungo labbra smunte. Ha occhi smorti, sguardo piuttosto amichevole; se non fosse per i frequenti versacci e gli sbruffi che fa parrebbe un tipo amabile, anzi di compagnia. Talora canticchia degli inconsueti motivetti di origine forse del Nord Europa, Egle lo ha udito anche fischiettare in modo molto intonato un’aria melanconica di Grieg. Alla signorina Egle pare aver già visto questo bel tomo in un dipinto del pittore Hyeronimus Bosch, e lo ha soprannominato il mio Cappuccione.

Lo fissa sovente per capire cosa diavolo voglia suggerire la sua presenza arcaica nel sogno e che significhino gli ammiccamenti, le strizzatine d’occhio che le fa.

Per altro questo testone baffuto si mostra assai utile come custode vuoi sorvegliante di un altro ospite della scatolaccia, detto Pino l’Ofidino, che non è certo se sarà l’ultimo componente della compagnia cantante.

Pino è una specie di serpente che di norma se ne sta arrotolato sul fondo di cartone, spesso dorme. Quando sta avvolto su sé stesso è gradevole al vedersi perché pare una ciambella colorata, di fatto è una singolare sorta di animale a strisce gialle e rosse, la testa quasi cilindrica sta nascosta tra le spire; però quando si svoltola è ben diverso, si muove veloce, dimena quel suo buffo musetto con orecchie a sventola e slinguaccia a destra e a manca tentando sopra tutto di uscire dal contenitore o casa del sogno.

È allora normale compito di Cappuccione l’afferrarlo, anzi il pinzarlo con i denti per la coda per impedirgli la fuga. Pino allora si mette a sbattere, a ondeggiare, ce la mette tutta nel far rullare l’intero scatolone scatenando le ire specialmente di Cavallo pazzo che prende a profferire stranissime bestemmie che nitrisce in toni bassissimi.

Tutta la scatolaccia allora trema per il subbuglio, specialmente il coso da borotalco entra in una crisi violenta di panico, prende a scuotersi rabbiosamente emettendo nuvolette violacee; il suo vicino Ovoridò cerca di consolarlo con parolette dolci.

Il sogno, talora, si spezza all’improvviso proprio a questo punto.

La povera signorina Egle allora si solleva di botto puntando sulle mani sul letto, respirando in affanno, scuote poi la testa, se la prende tra le mani e sovente piange.

Sa o suppone che il povero Pino l’Ofidino sia stufo di stare chiuso in quella scatolaccia con dei compagni d’accatto, non scelti, sa che Cappuccione sembra simpatico però è mordace con quei dentini affilati e fa praticamente il carceriere.

La signorina Egle non sa che fare di queste sue avventure oniriche.

Le vuoterebbe volentieri nella gran pattumiera generale dei sogni malati & perduti.

Per fortuna a volte i sogni finiscono meglio, specie quando Pino se ne sta buono buono e accucciato, specie quando Ovoridò borbotta barzellette strambe, incomprensibili che fanno sghignazzare anche il suo Cavallino cococò e fanno rullare il coso cilindrico azzurro.

Anche Cappuccione ridacchia allora e si morde i baffi.

La signorina Egle non ha proprio simpatia per Pino l’Ofidino, perché sguscia, scivola, saltella, fa dei sibili, però lo capisce.

Vorrebbe nascostamente praticare un foro, con un grosso succhiello che ha, quello dello zio Eraldo, sulla parete e meglio sul fondo dello scatolo di modo che il serpentello possa svignarsela, possa vedere oltre il cartone, trarre un respiro, possa evitare le morsicature di quel bizzarro baffone Cappuccione.

Non sa se ce la farà.

Bisognerebbe stare in un altro sogno.

Scatolaccia degli incubi della signorina Egle.2

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I racconti della cassette

Non so esattamente come sia nato questo progetto di una raccolta di racconti dedicati a degli usuali contenitori quali scatole, cassette, borse e oggetti raccolti all’interno. Ma avevo un debito col passato.

Conosco una mia passione antica, le liste, gli elenchi, numerazioni, inventari & distinte; forse ho cominciato a sentirne il fascino fin da piccolo quando mia nonna o mia madre raccontandomi una fiaba inventavano e si dilungavano ad elencare i mobili e i contenuti di un castello, di una magica cassa o di una antica cucina ove si usavano tanti ingredienti e tutta una sfilza di esotiche polverine; talora succedeva che in una scatola per il cucito ci fossero otto bottoni rossi, venti bottoncini verdi, sette aghi grossi, dieci aghi sottili sottili, tre forbicine d’argento e tre d’oro, otto ditali d’ottone, quaranta gomitoli di quaranta colori diversi e via dicendo…

Tutti questi lunghi elenchi magici, modulati con voce monotona, erano sovente una specie di trucco fascinoso usato dagli adulti per addormentare i bambini.

Comunque il fascino lo sento forte ancora e non posso mai dimenticare François Rabelais e in Gargantua et Pantagruel il suo elenco comico, surreale dei libri della Biblioteca di San Vittore in Parigi, né le liste straordinarie di re e profeti presenti nella Bibbia, come nei poemi omerici, e poi quelli cavallereschi, eroicomici: schiere e nomi di guerrieri, armi, elmi e cimieri, alabarde e partigiane, spade, stocchi e sciabole, scudi e rotelle e via dicendo fino ad arrivare al contenuto delle mensole inferiore, mediana e superiore della credenza aperta dall’esimio sig. Leopold Bloom, nell’Ulisse di Joyce.

Ho letto, come ovvio anche “La Vertigine della lista” dell’egregio maestro Umberto Eco e per poco non svenivo.

Per cui all’inizio di questo anno, dopo un fitto periodo dedicato alla costruzione di oggetti polimaterici detti apotropaici, mi sono sentito quasi obbligato a disegnare, a scrivere, a raccontare finalmente di casse, cassette, scatole e degli oggetti contenuti.

Come avvenuto, in parte, per il testo illustrato “In viaggio con la capra”, terminato lo scorso anno e che sarà edito entro la fine del 2018, sovente ho prima disegnato, in uno stato di abbandono al subconscio, quindi ho scritto. Per ora ho compiuto cinque racconti.

Sono abbastanza soddisfatto, ma debbo dire che questo viaggio narrativo e particolare, va più a fondo nell’intimo e talora anche mi disturba perché nell’invenzione mi pare faccia affiorare varie mie parti spiacevoli, sgradite.

Però cerco di pacificarmi perché l’Arte narrativa come le altre Arti è anche uno strumento per conoscere, conoscersi, comunicare e comunicarsi, istruirsi e intrattenersi fruttuosamente.

Spero che le storie riescano tutte bene e piacciano, come ovvio.

Lavori leggerissimi polimaterici, apotropaici e non, del 2018

Negli ultimi giorni del 2017 ho terminato di scrivere e rivedere varie volte un’opera narrativa e poetica, in circa 20 capitoli intitolata provvisoriamente “In viaggio con la capra”. Poi ai primi del 2108 ho pensato che fosse meglio rimandare qualsiasi revisione di quel testo e lasciarlo depositare per tre mesi, per ritornare a lavorare in studio e realizzare plasticamente delle forme ancora vaghe che mi giravano per il capo, e che talvolta avevo schizzato.

Ho ripreso i miei materiali leggeri preferiti, polietilene espanso, cioè ethafoam, carte veline, colle e colori acrilici, che uso da anni, per realizzare come prima opera un altorilievo dipinto alludente alla figura di una mezza luna crescente, interrotta però da fasci o vettori di energie che la secano, la trapassano. Era un idea che volevo materializzare da tempo. Ho intitolato il lavoro “Luna e gnac” dal titolo di un indimenticabile novella di Italo Calvino della serie Marcovaldo ovvero Le stagioni in città.

Quindi sono stato preso da una sorta di smania, di fare altri lavori leggerissimi, ma più piccoli, maneggevoli e facilmente trasportabili, ove non fossero evidenti soltanto le tensioni energetiche a cui cerco formalmente di alludere tramite getti o punte, che attraversano una massa apparentemente più solida. Dopo una serie di progetti, ho cercato di dare forma a pezzi anche più tozzi, somiglianti a volte a figure zoomorfe o neozoomorfe e che contenessero nelle figure e titoli un’allusiva ironia.

Infatti li ho chiamati: oggetti apotropaici. Ho attribuito scherzosamente delle qualità magiche, scaramantiche a queste sculture per ricordare la tradizione medievale di forme/sculture/oggetti caccia-mali come gargouilles, mostri, grilli situati in chiostri e chiese romanico/gotiche e spostare un poco l’attenzione dalla forma alla funzione, al titolo.

Oggetto apotropaico n.1:

caccia streghe e maghi rincitrulliti, wolverini stupidi e impiegati pubblici renitenti al dovere.

Oggetto apotropaico n.2:

serve a scacciare politici mendaci & corrotti, cani rabbiosi & rognosi, catalani troppo incazzati, solette delle calze sfondate & iene mentecatte.

Oggetto apotropaico n.3:

tiene distanti demoni sulfurei, umori plumbei, dentisti & oculisti iracondi, amorazzi attaccabrighe, cantine allagate & vini annacquati.

Oggetto apotropaico n.4:

pronto ad opporsi a febbri intestinali, nematodi e platelminti insidiosi, paragnosti occulti, crossopterygii scomparsi & profeti di sventure.

Oggetto apotropaico potentissimo n.5:

Risana dal Fuoco di Sant’Antonio, dal Mal di San Giovanni e di San Ballarano.

Oggetto apotropaico n.6 detto uccello-pesce:

Esso caccia via gli stupidi di torno, da solo dice buongiorno, bandisce vane teologie e le ecclesiastiche gerarchie, allontana i sicofanti e dei governi le spie.

oggetti apotropaici n.7 e 8.

Cacciano la rabbia e aiutano nella riflessione.

oggetto apotropaico n.9.

provvede ad ascoltare suoni occulti provenienti da sottosuoli, cantine, infernotti e caverne, quindi oppone resistenze emanando gas innaturali.

Altri due oggetti il n.10 “Frammenti di porte” e il n.11 “ Esce dal sasso” non li ho considerati apotropaici, piuttosto ancora ricerca e espressioni su temi che spesso riprendo.

Ho in seguito tagliato e montato un altro pezzo a cui ho dato il titolo fatale “Folle volo”, alludendo anche nelle forme a una figura, pseudo alata, che sta su una sorta di trampolino. Ma questo pezzo, come gli altri può essere inteso come frutto di pura ricerca materiale e surreale derivante da processi evolutisi nell’inconscio.

Opere polimateriche del 2017

Dal 1988, come ho scritto in un altro capitolo di questa mia avventura d’artista, in seguito ad un sogno ho cominciato a lavorare, a costruire oggetti in tre dimensioni, d’altra parte come pitttore spesso nei miei lavori cercavo di suggerire o alludere con toni scuri, le ombre, alla terza dimensione che da spessore, anche profondità o lontananza.

Già in anni più lontani avevo creato alcuni piccoli bassorilievi in creta, senza sodddisfazione. Poi sono passato a costruire oggetti polimaterici, tanti, creati con materiali di recupero, avanzi di telai e cornici, stracci impastati con gessi e acrilici.

Ad un certo punto ho pensato di aver la necessità di realizzare opere più grandi ma eseguite in materiali, molto leggeri, trasportabilissimi, e questo anche in reazione alla vista di tante opere di artisti contemporanei eseguite in materiali molto pesanti, lavori di tonnellate in ferro, bronzo, pietre sassi & marmi.

Nella primavera di quest’anno 2107, appena passato, dopo un ciclo di mesi dedicati alla scrittura, ho ripreso a lavorare con l’ethafoam, cioè con il polietilene espanso, ch’è un materiale leggerissimo usato per imballi pesanti, formidabile, lavorabilissimo, si taglia con coltelli e lame varie.

Avevo già realizzato negli anni scorsi lavori con questo materiale ma prevalentemente in bassorilievo, per quanto abbia già anche fatto dei singolari volatili leggerissimi e molto colorati da appendere a soffitti.

Questa volta mi sono buttato, letteralmente a capofitto, nel tutto tondo.

Prima ho voluto sperimentare una nuova tecnica per realizzare un sorta di “monstre” creando un telaio di una struttura in sottili striscie o listelli di resina forex; sul leggero traliccio creato ho disteso lembi di tessuto non tessuto, quindi per rendere solido e compatto il tutto ho verniciato con abbondante acrilico. Terza tappa: ho rivestito tutto la struttura di carta velina craft, quindi ho dipinto il lavoro con colori acrilici.

Ne è venuto fuori un lavoro con corna e guglie e spuntoni che ad alcuni fa paura: una mia amica l’ha battezzato Minotauro, e ciò mi sta bene.

Poi sono ritornato a lavorare con l’ethafoam una sorta di altorilievo struttato e colorato con la medesima tecnica, incollato poi su di un piano ellittico ed illuminato nel varco centrale da una striscietta di led. L’ho battezzato: Origine del mondo.

Quindi ho costruito un altro oggetto, utilizzando pezzi di una scultura che non avevo mai portato a termine, pure con un varco che la squarcia nella parte inferiore, come una porta verso un territorio ignoto. Sulla struttura finita ho ancora incollato pezzi vari dipinti a guisa di punte o picchi che dovrebbero rendere l’insieme piuttosto ostico, territorio arduo da varcare. L’ho intitolata: Porta irta.

Sono opere che per me hanno una valenza simbolica, che qui non sto a spiegare.

Sono soltanto tre, ma molto complesse nella realizzazione, ci ho lavorato per vari mesi.

A settembre ho ripreso a scrivere, ma anche a disegnare: senza disegno mi sento morire.

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Paesaggi monferrini

Dal 1991 ho una casa a Montemagno in quel che viene detto Monferrato Astigiano.

Sono originario di quelle terre, i miei genitori erano monferrini benché nativi di paesi diversi. Ho passato parte della mia infanzia a Castagnole Monferrato, a tre chilometri da Montemagno, dove vivevamo in un vecchissimo casamento già di nonni e bisnonni che si affacciava ad ovest sul mare di colline, vigne, prati e boschi; in fondo, laggiù si vedeva troneggiare il Monviso. Ero affezionatissimo a quel luogo.

Purtroppo l’edificio fu venduto e demolito.

Il retro della mia antica attuale casa si affaccia su una pittoresca medievale viuzza intitolata a Giovanni Francesco Apostolo da Montemagno (Asti), attivo nel XVI secolo, che ebbe fama di valente poeta latino e fu membro dell’Accademia degli Illustrati.

Sembrerà solo una bizzarria, però aver casa in una via dedicata ad un poeta mi aggrada molto.

Tornato tra le mie amate colline non ho potuto fare a meno di fare qualche schizzo a memoria o acquerello su questi temi visivi sentiti fino in fondo della mente della carne, benché io sia un artista prevalentemente astratto/simbolico.

Mi è capitato poi di trovare nella cantina o stalla di questa strana, vecchia casa, che ha parti medievali, vari battenti di finestre porte, tarlati o erosi dal tempo che mi hanno provocato. Li ho in gran parte rimessi un poco in sesto, trattati con tarmicidi, stuccati, preparati con fondi solidi e vi ho lavorato sopra.

Li ho usati come supporto per mie pitture Ne ho dipinto una quindicina.

Ho fatto paesaggio soltanto reinventato, nulla dal vero, quasi per elaborare un mia propria visione mitica di questa terra.

I supporti sono in genere rettangolari e il lato più corto è di circa trenta, quaranta centimetri.

Sono opere di pochi anni fa, piuttosto private, create anche per elaborare questo mio antico lutto che ora è svanito.

Dice che mia mamma faceva le poste

Dice che mia mamma faceva le poste” questo è il titolo di una raccolta di miei racconti, ventisei, scritti in vari anni, forse una dozzina, disordinatamente, come capitava, spesso dopo la lettura di qualche fatto di cronaca minore o stimolato da conversazioni, faville, scambi intensi, cocenti o accesi di idee sul fertile “blog des cartographes fous” (il cui titolo dice già tutto). Altre volte mi ha stimolato e commosso lo stile narrativo e l’approccio quasi surreale ai problemi della mia amica psicologa Irene De Sanctis con cui ho scritto pure un racconto a quattro mani La vedova d’Alfonso” che vinse il concorso bandito dallo scrittore Remo Bassini sul suo ottimo e popolare blog.

Il titolo l’abbiamo combinato insieme, il mio agente letterario Giovanni Lamanna ed io, dopo aver scartato il possibile “L’uomo che andava in nessun posto”, per non dire del mio orrendo & casalingo “Psicopatologie locali” che serbavo solo per me, sul mio pc.

Fare le poste” per la maggior parte delle persone non significa nulla, non dice, non porta riferimento se non alla “posta” che è mezzo di comunicazione conosciuto o forse mucchio di lettere; per me è una forma dialettale, un torinesismo che ho imparato da ragazzino. Qui a Torino un tempo si diceva che una donna “faceva le poste” per riferirsi ad un lavoro ad ore come collaboratrice casalinga presso qualche famiglia, tuttavia in chiave pesantemente ironica si diceva talvolta, con un ghigno, che una donna “andava a fare le poste” intendendo che si prostituiva a ore nel domicilio di qualche uomo solo e bisognoso di cure sessuali.

Infatti la mamma del bambino che narra una di queste storie faceva le poste presso alcuni uomini, un mobiliere, un prete ed altri bei tipi.

Alcuni di questi racconti sono molto brevi: vi parlano, vaneggiano, si sfogano dei diseredati, poveracci, malati mentali, pìcari, visionari, ladri e truffatori di mezza tacca, o vittime di violenze familiari e sociali. Persone che vivono al margine, in una zona d’ombra, di cui si fa a meno di parlare perché sgradevole, non interessante, eccetto nel caso in cui gli emarginati diventino protagonisti di fatti di cronaca nera.

Il linguaggio è corrotto da dialettismi, neologismi uditi dal vero, per rendere più taglienti le scene inquadrate come un rapido schizzo. Ho scritto queste storie, per l’interesse e la forte simpatia che sento per un sottomondo di emarginati, di gente lesa dalla natura medesima, allontanati dalla vita sociale, dimenticati sovente dalla giustizia ed anche dalla pietà. Talvolta ho alleggerito i temi dolorosi con tono ironico o grottesco, perché alcuni dei protagonisti hanno qualcosa di strambo o buffo, a seconda del taglio dello sguardo.

Ho accompagnato molti di questi testi con una mia illustrazione, in genere in bianco e nero, non ne potevo fare a meno, e ne lego qui alcune.

nuovi racconti ovvero Mary Cassat sono io

Verso la fine di febbraio ho finito di scrivere, rielaborare e correggere i miei ultimi racconti, ci lavoravo da parecchi mesi, li avevo progettati anni fa. Sono nove e si svolgono in vari musei, di arti moderne ed antiche, di tecnica e scienze. Cerco di trascinare il lettore tra oggetti di collezioni pubbliche, dipinti antichi e contemporanei, sculture, vasi, tazze, tappeti codici miniati; non ho escluso cannoni decorati da fini rilievi, colubrine schioppi ed archibugi, pure crani e scheletri, lucertole, maggiolini e insetti vari. Essendo fin dall’infanzia appassionato di aerei, macchine volanti, quelle cose magiche in legno e acciaio, ho dedicato una storia pure a un Museo dell’Aeronautica, in particolare ad un magnifico caccia italiano della II° guerra mondiale, il Reggiane Re. 2005 “Sagittario”.

L’ultima storia, poi, è un apologo esemplare sui grilli raccontato da un letterato/giullare alle conservatrici di un museo di scienze naturali.

Ho lavorato per quasi vent’anni in musei pubblici, non come passacarte, ma come tecnico, vivendo sovente l’estasi quasi quotidiana di vivere a contatto carnale con opere d’Arte.

Come artista per me è stata un’avventura emozionante e continuata poter finalmente mettere il naso, (letteralmente annusare), su vecchie tele dipinte, palparne la trama, scorniciare, ideare nuove cornici, progettare allestimenti di mostre, tenere tra le mani un coccio medievale, una madonna in legno dipinta del Cinquecento, aggirarmi in corridoi antichi, aprire vecchie casse polverose dall’ignoto contenuto.

Queste storie per me, solo per me, avevano per titolo “Racconti del museo”, poi, dovendo esibirli, proporli, ho nominato la raccolta “Mary Cassatt sono io”, dal nome della prima.

Di fatto ho tentato di creare una colorata cornice o decorosa scenografia di oggetti muti intorno alle vicende, anche drammatiche, dolorose, di persone che lavorano, si muovono nei musei, e talvolta passano buona parte della loro vita quotidiana in una specie di romitorio estetico, in un sacrario ignoto ai più.

Ho affidato questa raccolta all’amico Giovanni Lamanna mio agente letterario, della GILAM Agency sperando che li piazzi bene: io ci tengo molto.

copertina event.4Illustrazione cop. per sito